Percorsi accessibili? Sì però … viaggiare è un’esperienza che fa crescere, permette di conoscersi e di conoscere il mondo, di soddisfare la curiosità, quell’impulso che ispira molte delle nostre scelte, nella vita e nel quotidiano.
È facile: si sceglie una meta, si traccia un itinerario, si seleziona il mezzo di trasporto ed eccoci pronti per una nuova avventura.
Sì, però …
Sempre? Per tutte e tutti? Purtroppo no, perché quando si ha una disabilità si rischia che il viaggio diventi un’avventura poco piacevole, un concatenamento di imprevisti e di sfide concrete, talvolta insuperabili.
E come ovviare a questa situazione? Mettendosi nei panni degli altri, provando a creare contesti aperti e accessibili a chiunque. Forse non è del tutto possibile raggiungere questo obiettivo, perché non esistono disabilità, bensì esistono persone che hanno una disabilità. E ognuno di noi è unico e irripetibile. Quindi ogni possibile limite è personalizzato. Non tutti coloro che hanno la possibilità di correre sono Pietro Mennea, non tutti coloro che si muovono in sedia a rotelle sono Alex Zanardi. Però si possono pensare percorsi agibili a un grande numero di persone.
Accessibilità e inclusione in cammino
Per far sì che accessibilità e inclusione non restino parole prive di contenuto si possono progettare itinerari che favoriscano l’autonomia per singoli, gruppi e famiglie, trasformando così l’inclusione in un valore strategico.
Raggiungere questo obiettivo richiede che anche proposte minime, come un percorso escursionistico lungo una manciata di chilometri, siano immaginate sin dal momento dell’ideazione impiegando un processo che può aiutare a creare spazi inclusivi: l’accessibility by design.
Si possono così sviluppare progetti che rendano usufruibili sentieri, siti culturali, aree naturalistiche, borghi a ogni turista che ha la curiosità di andare a scoprire nuove località.
Verifiche sul campo devono essere condotte per risolvere le criticità:
- rimuovere barriere fisiche come pendenze eccessive, rampe assenti, o terreni irregolari;
- rimuovere barriere sensoriali come la mancanza di stimoli per tutti i sensi che abbiamo a disposizione;
- rimuovere barriere cognitive predisponendo guide easy to read, segnaletica chiara, icone facilmente comprensibili.
Infine, considerazione finale ma non meno importante, un sentiero escursionistico non è realmente accessibile se il territorio in cui è inserito non è preparato ad accogliere nuove categorie di turisti. Si deve avviare una sensibilizzazione comunitaria coinvolgendo le associazioni locali, coloro che abitano e vivono quei luoghi, i negozi, le strutture ricettive, fornendo qualche spunto culturale, informativo e formativo così da rendere concreto un sogno: cambiare lo sguardo sulla disabilità.
È questo l’obiettivo che ci prefiggiamo nella realizzazione del progetto Transumè.
Un’utopia? Può essere, ma come disse Adriano Olivetti, “se mi posso permettere il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare ciò che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare…un sogno sembra un sogno finché non si comincia da qualche parte…allora diventa un proposito, cioè qualcosa di molto più grande”
E noi abbiamo iniziato: l’accessibilità dell’Anello di Briona, a cui stiamo lavorando, sarà il primo passo per trasformare un sogno in una realtà!




